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Latina: grazie ai carabinieri

Abbandonati alla nascita due fratelli si ritrovano dopo più di mezzo secolo

SEZZE (Latina) - Divisi e abbandonati alla nascita. Ognuno dei due ignorava perfino di avere un fratello. Ma si sono cercati per tutta una vita e alla fine si sono conosciuti. L'altro giorno, dopo 56 anni, grazie ai carabinieri. Grazie a Vincenzo Camillo, un appuntato della caserma di Sezze, Latina che - esaminando la domanda che il figlio di uno dei due protagonisti di questa incredibile storia aveva presentato per essere ammesso nell'Arma - è riuscito a far quello che Walter e Fiore Cherchi non erano mai riusciti a fare: riunirsi.

Attraverso il Comando generale e alcune minuziose ricerche personali Camillo ha scoperto l'esistenza (e la residenza) di due fratelli che non si erano mai visti. Così Walter e Fiore si sono abbracciati, proprio in caserma: «Ti cerco da sempre, sono tuo fratello, sentivo che c'eri...».

I loro genitori avevano negato all'uno l'esistenza dell'altro, perché avevano avuto altre storie, altri figli, un'altra vita. O forse per la vergogna di averli lasciati in un istituto per orfani subito dopo la nascita. Ma i due fratelli hanno fatto cose incredibili, prima per rintracciare i genitori e poi per cercarsi a vicenda. Anche se la risposta era sempre la stessa: «è tutto inutile, stai cercando nessuno».

Storia drammatica e bellissima. Ieri Walter e Fiore erano insieme, a Sezze, a raccontarsi una vita, a parlare dei figli e di un passato crudele. Di loro padre, Paolo, un capitano dell'esercito morto dieci anni fa a Terracina, della mamma Rina, che sta a Roma e ora ha 80 anni. Walter e Fiore si raccontavano storie di due sconosciuti. Il primo vive a Merì, vicino Messina, ha sposato una donna che era l'unica che andava a trovarlo una volta che si ammalò e finì in ospedale, lavora al pronto soccorso di Milazzo ed è vicesindaco al suo paese. L'altro, Fiore, ha avuto una vita migliore, perché una famiglia lo adottò e oggi fa il postino a Sezze, ha quattro figli e una nipotina di due anni. Avevano un'altra sorella, morta qualche anno fa; hanno una sorellastra che fa la vigilessa a Roma, al Campidoglio, e un fratellastro che ha un circolo di tennis a Castel di Sangro.

Walter fa fatica a tirare fuori i pensieri, fra la rabbia di una vita e la gioia di adesso. Piange. «Mi chiamavano bastardo, ho sofferto la fame e non mi davano un lavoro perché ero figlio di nessuno. Papà mi disse "Scusami, ma ho un'altra famiglia", mamma mi disse la stessa cosa senza neanche chiedermi scusa. All'istituto mi consigliarono di farmi prete per poter campare. Poi ho incontrato mia moglie e oggi ho la famiglia che sognavo tutte le volte che stavo appiccicato col naso al recinto dell'istituto. Aspettando che qualcuno venisse a portarmi via con sé».
Massimo Santarelli

Corriere della Sera  - Giovedì, 16 Settembre 1999

 
     
 
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