Reggio Emilia, svelato il mistero della morte di un operaio. Ma gli accusati, due artigiani, negano tutto
Pagò due egiziani per farsi uccidere
Presi dopo 6 anni: dalla vittima-mandante, in crisi per una delusione d'amore, ebbero 40 milioni
REGGIO EMILIA - Depresso, stanco della vita forse per un amore spezzato, ma senza avere la forza di farla finita, pagò una quarantina di milioni a due conoscenti perché lo uccidessero.
E' questo lo scenario che a distanza di sei anni ha disegnato la polizia per inquadrare la morte di un operaio reggiano, Tiziano Castellari, 34 anni, ammazzato nella notte tra il 13 e il 14 settembre del '93 con un colpo di pistola alla testa in un'abetaia sull'Appennino bolognese, tra Castiglion dei Pepoli e il passo della Futa, dove l'Emilia incontra la Toscana.
Un suicidio «su commissione», a rispondere del quale sono chiamati adesso due egiziani, Mohamed Ussein Mohamed El Hamed Abd e Hassan Moustafà Fahty, entrambi quarantenni, artigiani, residenti nel Reggiano. Li hanno arrestati con l'accusa di «omicidio del consenziente», un reato punito con il carcere da 6 a 15 anni: secondo le indagini svolte dalla squadra mobile di Reggio e coordinate dalla Procura di Bologna, i due nordafricani avrebbero accettato la proposta di Castellari dopo che lo stesso aveva invano offerto ad altri delle somme di denaro, per essere ucciso. I due però negano: «Non c'entriamo. In tutti questi anni siamo andati e venuti dall'Egitto senza problemi e questa è la prova della nostra innocenza».
Tiziano Castellari viveva a Montecchio, un paesone sul confine tra le province di Reggio e Parma, con i genitori e un fratello sindacalista.
Operaio modello in una ditta che costruisce pompe in acciaio, premiato nel ventennale dell'azienda, le ferie in agosto, qualche frequentazione fra le luci soffuse dei night club.
Poi, un giorno di settembre, il salto nel buio. La macchina, un'Alfa 33, abbandonata davanti alla stazione di Reggio e il ritrovamento più tardi, da parte di una coppia in cerca di funghi, di un uomo senza vita in jeans, camicia e scarpe da tennis, il telefonino ancora acceso infilato nella tasca dei pantaloni.
Era incensurato, non aveva amicizie pericolose. Così cominciò a prendere corpo la pista della depressione, di una delusione d'amore: amore per una cilena, Juanita, con la quale Castellari aveva intrecciato una relazione. Negli ultimi tempi il rapporto si era però incrinato. Tiziano aveva provato invano a riconquistare la donna. E qualcuno cominciò a sussurrare l'ipotesi che sì, sarebbe stato possibile che, sconvolto, Castellari avesse pagato per farsi uccidere. Nel '94, durante la trasmissione televisiva «Chi l'ha visto?» uno degli amici, Adriano Pignedoli, raccontò: «Un giorno Tiziano mi fece vedere una corda che aveva nella macchina. Aveva cercato così, senza riuscirci... Cercava una persona che...». E lasciò il discorso in sospeso.
Adesso la polizia ritiene di avere risolto il giallo. Castellari aveva conosciuto Fahty poiché entrambi abitavano a Montecchio. Secondo l'accusa, Fahty e il connazionale avrebbero accettato di trasformarsi in killer. Insieme a Castellari sarebbero quindi partiti verso quel bosco sperduto, e dopo aver fatto ubriacare e inginocchiare l'operaio, uno dei due gli avrebbe puntato l'arma alla tempia facendo fuoco una volta sola.
Incredula e ancora sconvolta la mamma di Tiziano, Maria Pia Musi, 62 anni. Lei allora aveva giudicato impossibile che il figlio potesse aver pagato qualcuno per essere ucciso. Adesso dice: «In fondo è meglio sapere una cosa così che non quello che scrissero i giornali. Mio figlio era buono e onesto».
E Juanita: «Non ci credo, Tiziano non può averlo fatto». Alla fine resta quel biglietto trovato sull'Alfa 33 assieme alla foto della donna, poche righe scritte dall'operaio e indirizzate alla cilena: «Non preoccuparti se non mi vedi alcuni giorni, starò via per diverso tempo. Parto per un lungo viaggio». Un viaggio senza ritorno.
Luigi Manfredi
Corriere
- Martedì, 6 Luglio 1999
|